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21 febbraio '08 - A. Riccio www.giannimina-latinoamerica.it/index.php |
Fidel Castro ha
detto basta
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Da quando circa un anno e mezzo fa ha rischiato di morire e ha dovuto cedere il
bastone del comando al fratello Raul e ai ministri, Fidel ha mantenuto un
contatto costante con il paese attraverso le sue "riflessioni" pubblicate con
grande rilievo dalla stampa locale e lette in televisione, ha ricevuto capi di
stato amici in maniera informale, in un letto di ospedale o in poltrona. Con
Lula ha mantenuto recentemente una conversazione particolarmente lunga e
importante di cui ha dato conto in tre lunghe "riflessioni". I video che lo
hanno mostrato insieme al Presidente del Brasile ce lo hanno fatto vedere in
buone condizioni di salute e di animo mentre nei suoi ultimi scritti si è
dilungato a spiegare chi è davvero il candidato conservatore Mc Caine e nello
stesso tempo insisteva nell'avvertire che la sua salute non era esente da
rischi. Eppure, per quanto probabile, la rinuncia di Fidel non era scontata. Nel messaggio sul Granma Fidel riconosce di aver goduto sempre di tutte le prerogative necessarie per portare avanti il progetto rivoluzionario, compreso l'appoggio del popolo; grandi responsabilità che ha assunto nella convinzione di compiere il proprio dovere fino in fondo. La malattia che lo ha colpito non lo ha messo fuori gioco: ha recuperato le sue piene facoltà intellettuali, ha riscoperto il piacere di leggere e di riflettere, di meditare, ha cominciato a scrivere e si è preoccupato di preparare il paese alla sua assenza. Intanto veniva ricandidato e rieletto nelle scorse elezioni. Ancora una volta la gente si manifestava a suo favore. La sua candidatura e la sua rielezione avevano suscitato critiche (più fuori che dentro Cuba); oggi il senso di quella prova appare più chiaro, in vista di una rinuncia che doveva venire da un gesto di volontà del leader maximo e non da un rifiuto popolare o, peggio ancora, a seguito delle pressioni di Washington. Così lo spiega lo stesso Fidel: "La mia era una posizione scomoda contro un avversario che ha fatto tutto l'immaginabile per disfarsi di me e che non mi faceva affatto piacere accontentare". Il signor Bush è servito, ma dal suo giro in Africa fa sapere che adesso bisogna che a Cuba arrivi la "vera" democrazia e Negroponte sentenzia che il blocco non si toglie. La gente, all'Avana, è tranquilla, il Granma va a ruba e qualcuno si commuove, altri apprezzano l'eleganza con cui Fidel esce di scena, quasi tutti guardano con simpatia la figura di Raul, l'eterno secondo, che nel suo interinato ha dimostrato di essere molto vicino ai bisogno della gente e ragionevolmente flessibile. La gente si aspetta da lui alcune cose necessarie per una vita quotidiana meno tesa, come l'abolizione del visto di uscita, la possibilità di acquistare liberamente beni di consumo come computer e automobili, la libertà di poter ospitare gli amici. Ma nel suo messaggio Fidel ha anche avvertito di diffidare dei "sentieri apparentemente facili della apologetica o della autoflagellazione come antitesi" ed invita a "prepararsi sempre per la peggiore delle varianti. Essere prudenti nei successi quanto fermi nelle avversità è un principio che non può essere dimenticato".
La CNN raccoglie le dichiarazioni di Bush e dei candidati alla presidenza, a Miami però non si esulta come un anno e mezzo fa. Forse, adesso che Fidel esce di scena, temono che apparirà chiaro a tutti che il problema di Cuba non era Fidel.
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