Taibo II: “La misura di un uomo sono i suoi nemici”
Iroel Sanchez http://www.lajiribilla.cu
Se un intervistato ti fa costantemente temere per la qualità della domanda che sei capace di fargli, questo è Paco Ignacio Taibo II. Alieno a qualsiasi tipo di formalità, c’è sempre nella sua conversazione quel segno dell’urgenza, quella necessità di vivere l’intensità di ogni momento lì dove più utile si sente ciascuno. Così, a volte, le domande sono solo pretesti per una risposta imprevedibile o per un cambiamento di tono che è anche la sua peculiare maniera di indicarti che cambi tema. Da questo punto di vista, offriamo qui il dialogo che abbiamo avuto con lui durante la settimana dell’Autore che gli ha dedicato la Casa de las Americas.
Lei ha detto che la cultura è il grande strumento politico che dota il cittadino, l’attivista, il lottatore sociale, e gli dà una marcia in più. Perché?
C’è un’educazione formale che ha a che fare con l’insegnarti a moltiplicare, la tavola periodica degli elementi, se il T-Rex era anteriore al Diplodocus; e un’educazione sentimentale che è quella dei tuoi gusti attraverso elementi fondamentalmente culturali, quella che ti dà la grande spina dorsale del militante, del cittadino universale con una riflessione politica, una visione della giustizia sociale avanti e la giustizia individuale dietro. Quindi è la cultura quella che ti alimenta dei materiali che vanno costruendo questo tipo di spina dorsale di educazione informale, di educazione sentimentale, che è essenziale perché qualsiasi indottrinato potrà dire che l’essere sociale prevale sulla coscienza, ma non capirà ciò che è sin che non legga ‘Il conte di Montecristo’; quando lo legga, allora saprà di cosa stiamo parlando.
Oltre ad essere uno scrittore, sei un attivista sociale e culturale nelle fabbriche, comunità rurali, collettivi in sciopero … Non pensi che questo ti toglie tempo per scrivere? Cosa diresti a scrittori che non hanno vissuto questa esperienza e a coloro che si dichiarano apolitici?
Mi toglie tempo per scrivere, ma neppure posso scrivere 40 ore al giorno. Il giorno ha 24 ore e ne dormo 6 o 7; in questo senso, il tempo che dedico alla militanza è un tempo utile, sano, necessario. Per poter scrivere, cerco di rubare ore al tempo dell’attivismo culturale o sociale. Quello che succede, in genere, è che mi vado rifugiando nelle notte in cui il telefono non squilla, non mi chiamano per invitarmi da qualche parte, e vado costruendo una sorta di spazio protetto per poter scrivere. A volte ci riesco, a volte no, ma va bene. La mia capacità di creazione letteraria non è diminuita dal tempo che dedico alla militanza, tra le altre cose, perché sono un privilegiato che vive dei diritti d’autore; quindi, il mio lavoro, quello che mi dà da mangiare tutti i giorni, è associato con il lavoro di scrittore. Cosa direi a qualcuno che non capisce questo? Mi dispiace per lui, che non vive la ricchissima esperienza di dedicare una parte del suo tempo agli altri, nel senso più ampio e generoso del termine. Cosa direi a coloro che si dichiarano apolitici? Direi di non essere stronzi, “No, tu ciò che sei è un reverendo coglione e uno stronzo” perché una dichiarazione di apoliticità in un paese e un continente e un mondo convulso come il nostro è una dichiarazione di volo sulla realtà con ali nel culo, per favore. Che cosa gli direi? Lì ci sono tensioni ogni giorno. Vai a rimanere immune o al di fuori di loro? Beh, mi dispiace. In generale, la dichiarazione di apoliticità copre un atteggiamento conservatore nei confronti della vita e di un politicismo conservatore e reazionario.
Qual è stato, dal suo punto di vista, il prezzo culturale dell’offensiva neoliberista in America Latina? Che ruolo attribuisci a Cuba e alle sue istituzioni nell’affrontare questa offensiva?
Comincio dall’ultima domanda. Dal Messico, la controffensiva cubana non si vede, è invisibile. i livelli di blocco sono ancora molto alti ed i livelli di comunicazione, molto bassi. Il discorso ufficiale cubano non è permeabile, non arriva, è formale; manca del sale della vita, della risposta politica, del calore della carne. L’incidenza dei media alternativi è sana; la rete del Messico è della sinistra e per quanto la destra paga robot, paga responsabili ed organizza uffici con 200 computer, si schiantano contro la parete del pensiero critico della stessa società. Anche se la rete è come la vita stessa, cioè è piena di merda, è anche vero che è piena di pensiero critico che rifluisce.
Oggi come oggi, per lo Stato messicano, che è un esempio che vivo ogni giorno, è quasi impossibile occultare una menzogna, coprirla, mascherarla, perché gli spuntano come funghi nel bosco centinaia di versioni contrastanti. In questo senso, le reti sono solo un esercizio molto interessante per utilizzare la capacità polemica dei giovani, benché ci sono coloro che la usano con 2 insulti e una linea. A volte Twitter è troppo elementare, ha bisogno di più aria; Facebook è meglio per sviluppare la capacità polemica dei giovani, utilizzando argomenti, informazioni, ma, di certo, è uno spazio sano.
Per quanto riguarda il neoliberismo, il problema è che tutto diventa mercanzia, allora tu dici romanzo e lui dice prodotto, carta, costo, benefici, utilità, pubblicità, marketing. Dici teatro ed il neoliberismo dice sala, 360 posti a sedere, possibilità di passarlo in televisione, ecc Quindi, dobbiamo imparare a navigare nei mari tempestosi del mercantilismo neoliberale per creare contrappunti, controcorrenti, controspazi. All’idea del mercato come supremo mandarino della vita di ogni giorno, per Cuba c’è un problema: deve avere una straordinaria e potente attenzione per impedire che entri nella sua vita la parola redditività. Questa parola è una specie di serpente nel paradiso, che va distribuendo mele agli idioti e dice: questo libro ci costa 8 e sarà venduto, con una certa redditività, ad 11. Nella cultura, la redditività non ha nulla a che fare con valore e prezzo, ma con l’impatto nello sviluppo della spina dorsale dell’educazione sentimentale della tua società. E’ redditizio quello che innalza, protegge, fa crescere, educa, offre alternative alla tua società, e non ciò che è economicamente vantaggioso. Il rischio della mercificazione della cultura si presenta mascherato in alcuni luoghi come “va bene, ma deve essere redditizio, non siamo in grado di portare un concerto della Sinfonica di Berlino, perché per 382 persone che si presentano in sala bisognerebbe farle pagare X”. La misura della redditività nella produzione culturale non la dà il denaro, e bisogna fare attenzione perché può davvero essere una mela avvelenata.
In questo periodo di tanta comunicazione, ma anche neoliberista, sente che i paesi dell’America Latina e le nostre culture sono più vicine o più lontano tra noi?
Credo che siamo ancora troppo lontani, non abbiamo raggiunto il sogno di Bolivar e del Che. E’ la cultura che fa i più grandi ponti, e faccio riferimento al dibattito che ho avuto in Argentina. Lì c’è la risposta, ho eroicamente difeso l’idea che per non rendere questo continente una barzelletta, dobbiamo tendere ponti culturali.[…]
Paco, sei un assiduo alla Fiera del Libro a Cuba. Perché tale assiduità e questo interesse che i tuoi libri siano qui pubblicati?
Ho appena regalato i diritti d’autore di un mio libro alla Casa de Las Americas ‘Ritorno delle tigri della Malesia’. Perché il mio interesse? In sostanza, perché trovo che il lettore cubano quando legge i miei libri goda un sacco e mi restituisce calore. Inoltre, poiché a questo punto della mia vita, posso concedermi il lusso, come scrittore, di regalare i diritti d’autore di un libro e, data la situazione di non poter incassare in valuta estera, poiché mi pagano il libro in riso e fagioli e uovo fritto e non ci sono liti.
Las ideas se combaten con ideas
Taibo II: “La medida de un hombre son sus enemigos”
Si un entrevistado te hace temer constantemente por la calidad de la pregunta que seas capaz de hacerle, ese es Paco Ignacio Taibo II. Ajeno a cualquier tipo de formalidad, hay siempre en su conversación ese signo de lo urgente, esa necesidad de vivir la intensidad de cada instante allí donde más útil se sienta cada cual. Por eso, a veces las preguntas no son más que pretextos para una respuesta impredecible o para una salida de tono que es también su peculiar manera de indicarte que cambies de tema. Desde esa perspectiva, ofrecemos aquí el diálogo que sostuvimos con él, durante la semana de Autor que le dedicó Casa de las Américas.
Has dicho que la cultura es el gran instrumento político que dota al ciudadano, al militante, al luchador social, y le da paso largo. ¿Por qué?
Hay una educación formal que tiene que ver con enseñarte a multiplicar, la tabla periódica de los elementos, si el Tiranosaurio Rex será anterior al Diplodocus; y hay una educación sentimental que es la de tus gustos a través de elementos básicamente culturales, la cual te da la gran columna vertebral del militante, del ciudadano universal con una reflexión política, una visión de la justicia social por delante y la justicia individual por detrás. Entonces, es la cultura la que te abastece de los materiales que van construyendo esta especie de columna vertebral de educación informal, de educación sentimental, que es esencial, porque cualquier adoctrinado podrá decir que el ser social prevalece sobre la conciencia, pero no entenderá lo que es hasta que no lea El Conde de Montecristo; cuando lo lea, ya sabrá de qué estamos hablando.
Además de escritor, eres activista social y cultural en fábricas, comunidades rurales, colectivos en huelga… ¿No crees que eso te quita tiempo para escribir? ¿Qué les dirías a escritores que no han vivido esa experiencia y a los que se declaran apolíticos?
Me quita tiempo para escribir, pero tampoco puedo estar escribiendo 40 horas al día. El día tiene 24 horas y duermo 6 o 7; en ese sentido, el tiempo que dedico a la militancia es un tiempo útil, sano, necesario. Para poder escribir, trato de robarle horas al tiempo del activismo cultural o social. Lo que ocurre, en general, es que me voy refugiando en las noches donde no suena el teléfono, no me llaman para invitarme a ningún lado, y voy construyendo una especie de espacio protegido para poder escribir. A veces lo logro, a veces no, pero está bien. Mi capacidad de creación literaria no ha disminuido por el tiempo que dedico a la militancia, entre otras cosas, porque soy un privilegiado que vive de los derechos de autor; entonces, mi trabajo, el que me da de comer todos los días, está asociado con la labor de escribir. ¿Qué le diría a alguien que no entiende esto? Que lo siento por él, que no vive la riquísima experiencia de dedicar una parte de su tiempo a los demás, en el sentido más amplio y generoso del término. ¿Qué les diría a los que se declaran apolíticos? Les diría que no sean comemierdas: “No, tú lo que eres es un reverendo pendejo y un comemierda”, porque una declaración de apoliticismo en un país y un continente y un mundo convulsionado como el nuestro es una declaración de vuelo sobre la realidad con alas en el culo, por favor. ¿Qué les vas a decir? Ahí están las tensiones de todos los días. ¿Vas a permanecer inmune o al margen de ellas? Pues lo lamento. En general, la declaración de apoliticismo encubre una actitud conservadora frente a la vida y un politicismo conservador y reaccionario.
¿Cuál ha sido, desde tu punto de vista, el precio cultural de la ofensiva neoliberal en América Latina? ¿Qué papel le atribuyes a Cuba y a sus instituciones en el enfrentamiento a esa ofensiva?
Empiezo por la última pregunta. Desde México, la contraofensiva cubana no se ve, es invisible. Los niveles de bloqueo todavía son muy altos y los niveles de comunicación, muy bajos. El discurso oficial cubano no es permeable, no llega, es formal; falta la sal de la vida, de la respuesta política, el calor de la carne. La incidencia de los medios alternativos de comunicación es sana; la red de México es de la izquierda y, por más que la derecha paga robots, paga responsables y organiza oficinas con 200 computadoras, se estrellan contra la pared del pensamiento crítico de la propia sociedad. A pesar de que la red es como la vida misma, o sea, está llena de mierda, también es cierto que está llena de pensamiento crítico que refluye.
Hoy por hoy, para el Estado mexicano, que es un ejemplo que vivo todos los días, resulta casi imposible ocultar una mentira, taparla, enmascararla, porque le brotan como champiñones en el bosque cientos de versiones contradictorias. En ese sentido, las redes solo son un ejercicio bien interesante para usar la capacidad polémica de los jóvenes, aunque hay de los que la usan con 2 insultos y una línea. A veces Twitter es demasiado elemental, necesitas más aire; Facebook es mejor para desarrollar la capacidad polémica de los jóvenes, usar argumentos, información, pero, sin duda, es un espacio sano.
En cuanto al neoliberalismo, el problema es que todo lo vuelve mercancía, entonces tú dices novela y él dice producto, papel, costo, beneficios, utilidades, publicidad, mercadotecnia. Dices teatro y el neoliberalismo dice sala, 360 localidades, posibilidad de pasarla por televisión, etc. Por tanto, hay que aprender a navegar en los mares procerosos del mercantilismo neoliberal para crear contrapuntos, contracorrientes, contraespacios. Ante la idea del mercado como supremo mandarín de la vida cotidiana, para Cuba hay un problema: tienen que tener un extraordinario y potente cuidado en impedir que entre en sus vidas la palabra rentabilidad. Esa palabra es una especie de serpiente en el paraíso, que anda repartiendo manzanas a los idiotas y te dice: este libro nos cuesta 8 y vamos a venderlo con una cierta rentabilidad a 11. En cultura, la rentabilidad no tiene que ver con valor y precio, sino con el impacto en el desarrollo de la columna vertebral de la educación sentimental de tu sociedad. Es rentable aquello que eleva, protege, hace crecer, educa, ofrece alternativas a tu sociedad, y no aquello que es rentable económicamente. El riesgo de la mercantilización de la cultura se presenta enmascarado en algunos lugares como “está bien, pero tiene que ser rentable, no podemos traer un concierto de la Sinfónica de Berlín porque para 382 personas que asisten a la sala tendríamos que cobrarlo a X”. La medida de la rentabilidad en producción cultural no la da el dinero, y hay que tener cuidado porque de veras puede ser una manzana envenenada.
En esta era de tanta comunicación, pero también neoliberal, ¿sientes que los países latinoamericanos y nuestras culturas estamos más cerca o más lejos entre nosotros?
Creo que estamos todavía demasiado lejos, no hemos logrado el sueño de Bolívar y del Che. Es la cultura la que hace los puentes más grandes, y te remito al debate que tuve en Argentina. Ahí está la respuesta, yo defendí heroicamente la idea de que para no hacer de este continente una broma tenemos que tender puentes culturales. […]
Paco, eres un asiduo a la Feria del Libro en Cuba. ¿Por qué esa asiduidad y ese interés en que tus libros se publiquen aquí?
Acabo de regalar los derechos de autor de un libro mío a Casa de Las Américas, Regreso de los tigres de la Malasia. ¿Por qué mi interés? Básicamente, porque encuentro que el lector cubano cuando lee mis libros goza mucho y me devuelve el calor. También, porque a estas alturas de mi vida puedo darme el lujo como escritor de regalar los derechos de autor de un libro y, dada la situación de no poder cobrar en divisas, pues me pagan el libro en arroz con frijoles y huevo frito no hay bronca.